Stati Uniti: combattere la crisi con le nuove tecnologie di estrazione.

[tratto da A|R|O n14, novembre 2012]

Il report ha argomentato la politica americana di rilancio della produzione di idrocarburi non convenzionali, nel sottosuolo nazionale e i benefici che ne conseguono. L’analisi, con l’intento di integrare lo studio del caso americano, si propone di approfondire le pratiche che renderanno possibile tale ripresa. La lungimiranza e la voglia di riscatto dell’America, provata da una forte crisi, hanno rappresentato il motore di una potenza, che ancora una volta ha dimostrato di sapere guardare aldilà del singolo interesse di categoria per il raggiungimento di un obiettivo più grande e nobile: l’interesse nazionale. In Italia siamo ancora in attesa di trovare persone di tale caratura e carattere. Difatti, grazie alla rivoluzione tecnologica scaturita dall ́uso combinato della perforazione orizzontale e della fratturazione idraulica, gli Stati Uniti stanno sfruttando i loro giacimenti di tight e shale oil, la cui produzione è già sviluppata in North Dakota e Texas. Il rapporto annuale “World Energy Outlook 2012”, pubblicato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, Aie, prevede che nell’arco di un decennio, più precisamente entro il 2020, gli Stati Uniti supereranno l’Arabia Saudita nella produzione mondiale di petrolio. Come può verificarsi un simile inaspettato fenomeno? A trainare l’aumento della produzione energetica è doveroso riportare in primis l’utilizzo, sempre più diffuso, della combinazione di tecniche di estrazione verticale, orizzontale e di hydrocracking, tramite

l’iniezione in profondità di acqua o altre sostanze ad altissima pressione. Questo sistema, già analizzato in un numero precedente di ARO, era considerato un eccellente metodo per l’estrazione prevalentemente di gas, ma con il perfezionamento della tecnica e dei materiali, le sperimentazioni che sono state condotte hanno dato ottimi risultati anche nell’estrazione del greggio. Tale pratica ha suscitato molte perplessità per il suo potenziale impatto ambientale inducendo alcuni Paesi, tra cui la Francia, a vietarne l’esercizio. Parallelamente molti altri paesi hanno dimostrato di giudicare l’operazione particolarmente promettente, a fronte della possibilità di raggiungere i giacimenti petroliferi e gassosi sepolti nelle rocce, il cosiddetto shale gas o gas da scisti.

Potrebbe trattarsi di un cambiamento di paradigma nel mondo petrolifero talmente grande da permettere, non solo lo sfruttamento

di formazioni di petrolio tight e shale ancora vergini, ma anche di aumentare il recupero di petrolio dai giacimenti convenzionali, dove il tasso di recupero attuale non supera mediamente il 35%.

E’ doveroso notare che, la rivoluzione dello shale oil statunitense non sarà facilmente replicabile in altre aree del mondo, almeno a breve, sia per la dimensione enorme dei giacimenti negli Stati Uniti, che per alcune caratteristiche strutturali uniche del settore petrolifero Usa. Fra queste, la proprietà privata dei diritti di sfruttamento minerario, la presenza di migliaia di imprese indipendenti spesso di piccole dimensioni che storicamente si avventurano in business ad alto rischio e ad alto rendimento, la grande disponibilità di impianti di perforazione

e un mercato finanziario molto dinamico, sempre pronto a sostenere le scommesse dei nuovi pionieri. Obama ha iniziato un processo di sviluppo di fonti alternative che richiederà molti decenni, dando prova di grande lungimiranza, parallelamente, come abbiamo visto, per guidare il paese fuori dalla crisi, non ha indugiato a fare affidamento a ciò che attualmente l’America sa e può sfruttare al meglio: il proprio sottosuolo. E la scelta verrà ripagata. ll trend proseguirà senza sosta consentendo agli Usa di trasformarsi in un paese esportatore netto di petrolio e di conquistare l’indipendenza energetica. Questo implica importanti conseguenze sia sul piano geopolitico, che sul fronte della bilancia commerciale. Secondo gli analisti di HSBC, citati dal Financial Times, la riduzione del 25% delle importazioni petrolifere negli Usa garantirebbe un risparmio di 85 miliardi di dollari, quasi un quinto del deficit complessivo misurato lo scorso anno (466 miliardi).

(BY PARSIFAL7)

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Il caso americano: una scommessa vincente sugli idrocarburi non convenzionali.

L’intento del report e dell’analisi di questa settimana, è quello di portare all’attenzione del lettore il caso americano. Il governo degli Stati Uniti d’America ha deciso di puntare su una nuova politica energetica in grado di fare la differenza, non solo interna ed economica, ma di uno spettro molto più ampio. Si tratta di una strategia energetica che, basandosi sullo sfruttamento di idrocarburi leggeri e combinata con una riduzione del consumo, consentirà al colosso statunitense di raggiungere il primato della produzione petrolifera in tempi brevi. Questo traguardo, se realizzato, renderà il paese autosufficiente in termini energetici. Non avendo più bisogno del petrolio estero, gli Stati Uniti potranno sottrarsi al ricatto delle importazioni estere di greggio, ne guadagneranno non solo sotto il profilo economico ma anche sotto il profilo strategico eliminando la propria indipendenza da paesi terzi. Una strategia energetica che consenta di smarcarsi dal giogo dell’importazione di petrolio, rappresenta, infatti, in termini politici e geopolitici un asset di incommensurabile valore, capace di trasformare i tavoli dei negoziati e le decisioni internazionali.

In questa sede vogliamo sottolineare l’importanza fondamentale di strategie energetiche lungimiranti, capaci di rinforzare una Nazione sotto numerosi aspetti. Appare evidente, che il nichilismo ostinato di chi vede nel petrolio una fonte energetica retrograda e superata, non sia corretto a priori e soprattutto non sia funzionale. L’autosufficienza energetica dovrebbe essere ai giorni nostri, in un mondo regolato da guerre e sfide internazionali, un obiettivo primario. Consentirebbe di avere un grande margine di libertà decisionale, sia a livello interno che estero. Il neo-eletto Presidente Barack Obama, durante il suo precedente mandato ha saputo farsi artefice di una politica energetica lungimirante ed efficace, capace di integrare lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi nazionali con lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili. Il Presidente americano parte da un semplice assunto, efficacemente deducibile da questa dichiarazione del marzo 2012: “Noi (gli Stati Uniti )non possiamo avere una strategia energetica che ci intrappoli nel passato. Ci serve una politica energetica per il futuro, un’unica strategia in grado di sviluppare ogni singola risorsa made in U.S.A.”. In pratica, ad una produzione domestica di gas e petrolio più responsabile, Obama ha affiancato una politica di incentivo allo sviluppo dell’industria rinnovabile. Una combinazione vincente capace di ottenere risultati impressionanti. L’Agenzia Internazionale dell’Energia, Aie, nel suo rapporto World Energy Outlook, prevede che gli Stati Uniti diventeranno il primo produttore mondiale di petrolio entro il 2020 e il numero uno nell’export di greggio dieci anni dopo. Tale previsione è basata sullo sviluppo, da parte del Paese, di idrocarburi non convenzionali e sulle riserve interne di petrolio leggero la cui estrazione per molto tempo è stata considerata difficile e troppo costosa.

Una notevole conseguenza dello sviluppo della produzione di petrolio non convenzionale in Nord America, sarà l’aumento della produzione dei paesi non appartenenti all’OPEC, che potrebbe raggiungere i 53 milioni barili al giorno, dopo il 2015. Tale aumento della produzione americana di petrolio trasformerà inevitabilmente il ruolo del Nord America sullo scacchiere mondiale. L’Aie spiega che questo aumento della produzione statunitense, unito a misure di riduzione del consumo dei veicoli, farà scendere gradualmente le importazioni di petrolio del Paese. Ad oggi il Nord America importa circa il 20% del suo fabbisogno energetico. Con il tempo, se i ritmi previsti verranno rispettati, diventerà praticamente autosufficiente e nel 2030 si trasformerà in un paese esportatore di greggio. Quello intrapreso da Obama si presenta come un approccio sostenibile, che non esclude a priori nessuna delle possibilità offerte dal proprio territorio. Tutto ciò che da esso proviene è utile e positivo per la crescita energetica, e non solo, del proprio Paese. Oggi, all’alba del nuovo mandato, il Presidente americano rinnova il proprio impegno a proseguire per questa strada, prevedendo la creazione di oltre 600,000 nuovi posti di lavoro nel settore degli idrocarburi e confermando altresì l’importanza dell’energia solare ed eolica all’interno della propria agenda programmatica. L’esperienza americana ci dimostra come, quanto il il saper sfruttare a pieno le opportunità di crescita del proprio Paese dipende all’80% dalla leadership che governa quello stesso Paese. In Italia è mancata per anni una politica energetica lungimirante, chiara e definita, che sappia presentare i vantaggi ed i benefici, lasciando spazio di manovra per eventuali modifiche, tipiche di un paese democratico, ma con la consapevolezza che una crescita economica sostenibile non è possibile senza qualche piccolo sacrificio. Il nostro Paese, nonostante gli sforiz e l’attenzione rivolta dall’attuale governo non riesce, però, a fare a meno delle polemiche, proibendosi uno sviluppo più sostenibile e un futuro energetico, economico e, come abbiamo dimostrato, anche politico più roseo, tipico di uno stato forte.

Medoilgas Italia e Ombrina Mare. Quando il vincolo conta più dello sviluppo.

Continuando il nostro viaggio all’interno dei progetti energetici più importanti che riguardano la nostra penisola, ci ritroviamo ancora una volta in Abruzzo dove grandi sono le potenzialità del territorio in merito ad un ipotetico sfruttamento degli idrocarburi, che si ipotizzano essere presenti in grandi quantità. Tuttavia, anche in questa regione, come già successo per la Basilicata, la Puglia e la Sicilia, forti sono le resistenze di gruppi ambientalisti e associazioni varie, le quali sembrano vivere soltanto con l’unico scopo di bloccare progetti che, a conti fatti, potrebbero, invece, portare tanto ad una Regione che ancora lotta per riprendersi dalle ferite del terremoto. Andando più nel dettaglio, il progetto che ha particolarmente catturato la nostra attenzione è quello denominato Ombrina Mare, la cui concessione è stata data alla società Medoilgas. La Medoilgas Italia Spa (Medit) è una società di esplorazione e produzione (E&P) di idrocarburi, parte del gruppo Mediterranean Oil & Gas plc, quotato alla Borsa di Londra. Le attività del Gruppo sono concentrate nel Bacino del Mediterraneo. Più in particolare, Medoilgas, è attiva nell’esplorazione e nella produzione di idrocarburi liquidi e gassosi sul territorio italiano, e, attraverso le consociate Malta Oil Pty Ltd e Phoenicia Energy Company Ltd., nell’area del Mediterraneo. A dimostrazione del fatto che si sta parlando di un’azienda con esperienza internazionale Medoilgas risulta essere attiva anche in Francia e in Tunisia. Le

attività in Italia di Medoilgas sono iniziate nel maggio 2005, quando Mediterranean Oil & Gas ha acquisito Intergas Più Srl. Nel 2008 Intergas Più diventa Medoilgas Italia, per essere più facilmente riconducibile al Gruppo di appartenenza. Medoilgas Italia è inoltre associata ad Assominearia, l’associazione italiana per l’industria mineraria e petrolifera, aderente a Confindustria. Principio fondante dell’azienda è quello di combinare in maniera armonica, lo sviluppo aziendale, la crescita economica ed il progresso sociale attraverso il coinvolgimento e la formazione professionale dei lavoratori e dei fornitori locali: in poche parole: Sviluppo Sostenibile. Al centro di tutto, il perseguimento di una politica rigorosa di tutela della sicurezza e della salute delle persone, basata sull’osservanza scrupolosa di tutte le leggi in materia e su procedure e tecnologie sicure ed affidabili. Il progetto Ombrina Mare, il cui nome è preso in prestito da un pesce molto comune nel Mare Adriatico, si riferisce ad un progetto di coltivazione e centro di primo trattamento degli idrocarburi a largo della città di Ortona. Il giacimento petrolifero si trova a oltre 6 km dalla costa (4 miglia nautiche). I numeri sono quelli di un progetto che vale la pena di essere sviluppato a dispetto delle tante critiche che gli vengono mosse. Si tratta, infatti, di un giacimento particolarmente ricco e promettente. Le riserve petrolifere recuperabili stimate sono di circa 40 milioni di barili, mentre quelle di gas naturale ammontano a circa 200 milioni di metri cubi. L’azienda stima una capacità produttiva con picchi di produzione che possono arrivare a 5000 – 10000 barili al giorno (da 2 a 4 Milioni di barili/anno), per una durata dell’attività estrattiva di circa 25 – 27 anni. Al

termine del periodo di sfruttamento il sito, come previsto dalla normativa, verrà ripristinato allo stato originale e tutte le infrasttrutture di produzione saranno rimosse. L’investimento già effettuato dall’azienda è di quelli importanti, 23 milioni di €: ma è quello previsto che rende il progetto assolutamente di tutto rispetto: 250 milioni di euro per la costruzione e l’installazione di una piattaforma di produzione ed il posizionamento ad oltre 10 km dalla costa di una nave per lo stoccaggio del greggio. Ciò può sembrare qualcosa di particolarmente complicato e pericoloso ma se analizziamo con cura i dati sul giacimento, possiamo notare come la profondità del fondale marino nel punto dove dovrebbe sorgere tale piattaforma, sia di appena 20 metri ovvero un punto poco profondo che permetterebbe l’utilizzo di tecnologie piuttosto semplici e tra le più collaudate. Il progetto, attualmente in stand-by dall’Agosto 2010, è in attesa di essere sbloccato dalla definitiva approvazione del decreto-Passera. Qui i numeri parlano chiaro e in tempo di crisi non possono non essere tenuti in considerazione. Una stima dell’impatto socio-economico e fiscale della fase produttiva prevede, infatti, un aumento occupazionale pari ad almeno 200 posti di lavoro, introiti derivanti dalle Royalties di circa 100 milioni di euro ( il 55% andrebbero alla Regione Abruzzo) e una cifra di circa 650 milioni di euro derivanti da introiti fiscali, per un fatturato di oltre 100 milioni di € (4 milioni l’anno) per il porto di Ortona. Numeri che in tempi di crisi fanno una grande differenza. Aldilà di ogni ideologia e di tutte le polemiche che si sono sviluppate, vale veramente la pena di rinunciare a una tale opportunità?.

(BY PARSIFAL7)

 

Il progetto Ombrina Mare: una piattaforma petrolifera in lotta tra mille polemiche.

[tratto da A|R|O n 12, novembre 2012]

Nel Report e nell’Analisi di questa settimana parliamo del progetto Ombrina Mare, ovvero della piattaforma petrolifera Ombrina Mare 2, sita al largo delle coste abruzzesi, attraverso un’analisi delle sue implicazioni e una scheda riassuntiva del progetto e del suo sviluppatore. Nel 2010 il progetto ha subito uno stop, insieme ad altri, in virtù del decreto legislativo 128/2010 che sull’onda emotiva dell’incidente della piattaforma Deep Water Horizon nel Golfo del Messico ha istituito una completa “moratoria” delle attività petrolifere nell’Adriatico. Una serie di successive considerazioni – legate non solo ai rischi di costosi contenziosi internazionali ma anche alla necessità strategica di sviluppare una maggiore indipendenza dall’importazione di fonti energetiche – hanno indotto il Governo Monti a rivedere i termini del provvedimento, ripristinando le condizioni per lo sviluppo degli iter autorizzativi già avviati, tra i quali quello di Ombrina Mare. Oggi Ombrina sembra essere uscita dal cono d’ombra delle polemiche (che interessano maggiormente altre iniziative) ma sconta, tuttavia, l’effetto di una generalizzata opposizione allo sfruttamento delle risorse energetiche del Paese, non solo in Abruzzo. Opposizione comprensibile quando portata avanti dai movimenti ambientalisti, meno comprensibile quando cavalcata da chi, per ruolo e funzione di rappresentanza di interessi economici o sociali, è chiamato a considerare l’insieme delle esigenze del nostro modello di sviluppo sociale (che, occorre ricordare, non è propriamente quello di un’economia rurale). Tra le voci contrarie, una in particolare ha negli ultimi giorni riacceso la polemica, tirando in causa il governatore della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi. La Federalberghi Abruzzo ha, infatti, pubblicato in data 5 novembre una nota, in cui esprime le proprie preoccupazioni nei confronti delle “ricerche petrolifere e delle ventilate trivellazioni” che possano interessare le coste del Mar Adriatico. Chiodi, in risposta, ha ribadito che la linea tenuta della Giunta in tema di ricerca di idrocarburi è stata fin dall’inizio “chiara, trasparente e consequenziale” facendo in tal modo propria la politica del “non si può” invocata dalle associazioni ambientaliste. La cultura del vincolo, l’inseguimento di posizioni demagogiche che si traducono in immancabili “no” a pressoché qualsiasi tipo di insediamento sul territorio appare quindi in tutta la sua evidenza. Il Governatore, però, parla anche di “politiche di sviluppo […] che guardano al territorio e che vogliono crescere con esso”. Ma, ci chiediamo e chiediamo, quanti veramente sono gli intereventi infrastrutturali che possano portare sviluppo a impatto zero? Le questioni da porre, su una tematica di cui la piattaforma Ombrina è esempio ideale ed emblematico, dovrebbero invece essere: i vantaggi superano gli svantaggi? Cosa è giusto e doveroso accettare per difendere il nostro modello di sviluppo e contrastare il declino economico del Paese? Quanto costa cristallizzare lo status-quo a un Paese come l’Italia la cui arena competitiva è quella delle grandi economie industriali? E nella fattispecie della piattaforma Ombrina – che, è opportuno ricordare, è già installata – il vantaggio paesaggistico della sua rimozione compenserebbe il costo dei mancati benefici occupazionali ed economici di cui il territorio e la Regione beneficerebbero? Si vuole davvero continuare a pagare una stratosferica bolletta energetica (l’Italia è tra l’altro in Europa tra i paesi con il

maggior costo dell’energia elettrica) ad altri paesi produttori pur avendo la possibilità di ridurla? Il progetto, come si ricorderà (link), prevede la coltivazione di idrocarburi off shore, producendo una ricchezza complessiva stimata intorno ai 3 miliardi di euro in oltre 20 anni, con una percentuale delle royalties destinata agli enti locali e oltre 200 nuovi posti di lavoro. Insomma, un progetto che può contribuire rilancio e allo sviluppo dell’economia abruzzese, inclusa la componente turistica che sta a cuore agli albergatori. E’ stato peraltro lo stesso rappresentante della Federalberghi regionale a sottolineare quanto sviluppo economico e turismo siano vicendevolmente influenzati. L’affermazione secondo la quale progetti come quello di Ombrina, danneggerebbero il settore turistico è strumentale. Le tecnologie consentono elevatissimi livelli di sicurezza, emissioni sostanzialmente irrilevanti, impatto paesaggistico oggettivamente marginale. E’ arrivato quindi il momento di domandarsi cosa trattenga le istituzioni dal dare il via ad un processo di rivalutazione dell’Abruzzo anche in chiave energetica, apportando così notevoli vantaggi ad un economia,

che, secondo le parole della stessa Federalberghi, è avviata verso un lento declino. La voce delle associazioni ambientaliste va ascoltata ma nel quadro di una dialettica in grado di considerare gli interessi complessivi. Sembra invece di assistere al solito caso di miopia all’italiana, in cui vengono perse di vista importanti opportunità di sviluppo in nome di polemiche basate su allarmismi sproporzionati. La vera questione, qui, è capire come la ricchezza del sottosuolo abruzzese possa diventare una risorsa per i suoi cittadini. Ma non solo, l’atteggiamento di opposizione a cui assistiamo ci appare quanto mai controproducente se si vuole dare una spinta al settore turistico, penalizzato forse anche dalla continua pubblicità negativa di cui è questo si fa esso stesso inconsapevolmente promotore. Al contrario, se si evitasse questa “demonizzazione” del settore energetico e ci si impegnasse invece a creare le basi per una convivenza pacifica e ponderata, la società nel suo complesso avrebbe senz’altro di che guadagnarci.

Analisi: la Forest Oil Corporation e il Progetto di Monte Pallano

[tratto da A|R|O n 11, novembre 2012]

Come abbiamo già avuto modo di evidenziare nella versione precedente di ARO, la regione Abruzzo è al centro del dibattito per ciò che riguarda i piani di sfruttamento energetico del suo territorio. Uno dei progetti più contestati è quello della Forest CMI S.p.A, filiale italiana della statunitense Forest Oil Corporation, operativa in Italia dal 1996 nel settore della ricerca di idrocarburi. La Forest Oil e le sue filiali si occupano dell’esplorazione, acquisizione, sviluppo produzione e commercializzazione di gas naturale e petrolio greggio in Nord America e in altre aree internazionali. È rilevante evidenziare che la Forest Oil si è dotata di un codice etico di condotta aziendale a livello mondiale e, in Italia, la Forest CMI ha adottato un codice etico e un modello di prevenzione dei reati. Il progetto al centro del dibattito è quello di Monte Pallano, nel Comune di Bomba (CH) e mira alla costruzione e a rendere operativo un impianto di produzione e trattamento di gas. Il progetto è aspramente contestato dalle comunità locali a causa dell’impatto paesaggistico che l’impianto, secondo l’opinione dei suoi detrattori, potrebbe avere, per i rischi idrogeologici e per le emissioni ambientali. Ma analizziamo più approfonditamente il progetto e cerchiamo di capire meglio com’è strutturato in modo da vedere come la Forest Oil affronta le critiche e intende risolvere quegli aspetti che sono al centro del dibattito. Per ciò che riguarda l’impatto paesaggistico, la Forest CMI ha svolto delle analisi sull’impatto della centrale

evidenziando come l’area di ubicazione dell’impianto di Trattamento Gas risulti parzialmente celata dalla folta vegetazione e dall’orografia che crea ostacoli alla visibilità dell’area. Come afferma la Forest Oil, il progetto prevede l’impiego di numerose misure di mitigazione ambientale e paesaggistica dell’impianto, quali l’utilizzo di materiali tradizionali locali, la piantumazione di alberi e l’utilizzo di colori non invasivi e tonalità sfumanti. Altro fattore rilevante riguarda l’impatto sociale e, nello specifico, la creazione di posti di lavoro. I dati concernenti il settore occupazionale mostrano come nel comune di Bomba il tasso di occupazione sia uno tra i più bassi tra i comuni di tutta la regione. È quindi importante evidenziare come un investimento come quello rappresentato dal progetto Monte Pallano migliorerà notevolmente l’attuale situazione economica e occupazionale. A beneficiarne sarà l’economia locale attraverso le attività direttamente e indirettamente legate alla costruzione dell’impianto. Secondo i dati messi a disposizione dalla Forest CMI, gli investimenti porteranno con sé posti di lavoro diretti e legati all’indotto economico: tra il 2011 e il 2024, il progetto Monte Pallano determinerà un impatto occupazionale di 470 (nel corso di tre anni) persone per le sole fasi di costruzione e successivo ripristino della centrale, mentre 12 persone verranno impiegate stabilmente per il funzionamento della centrale per un periodo di 14 anni. Andando più nel dettaglio, possiamo notare che l’impianto di Monte Pallano tratterà il gas proveniente da cinque pozzi, separando il gas metano da altre sostanze quali acqua, acido solfidrico, anidride carbonica e azoto, al fine di ottenere un gas (metano) pronto per

essere trasportato, venduto e utilizzato. Altro fattore assai importante consiste negli standard di sicurezza. Tutti gli impianti che saranno utilizzati per la centrale di gas di Monte Pallano rispettano i requisiti nazionali e internazionali in termini di sicurezza e affidabilità. Una volta esaurito il giacimento di gas, la centrale verrà smantellata e la zona sarà totalmente ripristinata alle sue condizioni originarie. Riguardo alla tecnologia impiegata, la Centrale di Monte Pallano utilizzerà, per la rimozione sicura dell’acido solfidrico (H2S) dal gas naturale estratto, un processo biologico e non chimico-fisico, denominato biotecnologia Shell-Paques. La Shell-Paques prevede l’uso di batteri che metabolizzano l’acido solfidrico restituendo acqua e zolfo elementare. Lo zolfo, ottenuto in forma di “pasta”, sarà inviato a impianti, per un ulteriore trattamento, per poi essere usato in campo industriale o agricolo come fertilizzante. La biotecnologia Shell- Paques è considerata a tutti gli effetti un’applicazione tecnologicamente “verde” poiché non utilizza sostanze chimiche nocive e ha consumi di energia ridotti. Forest Oil, vista l’innovatività del proprio progetto, ha ritenuto opportuno fornire alle Amministrazioni coinvolte nel procedimento autorizzativo e ad altre Istituzioni locali le conoscenze opportune per valutare al meglio le applicazioni della biotecnologia Shell-Paques. Non essendo attualmente presenti impianti di questo tipo in Italia, Forest Oil ha organizzato, a proprie spese, ma con l’autorizzazione della Regione, un sopralluogo presso un impianto similare situato in Olanda in modo che la prevista istruttoria amministrativa potesse svolgersi nella completa conoscenza del progetto proposto e di tutti gli elementi necessari a una sua oggettiva valutazione.

By Parsifal7

Report: cinquant’anni fa moriva un uomo che ha saputo scommettere sulle potenzialità energetiche dell’Italia. Dove sono i Mattei del futuro?

[tratto da A|R|O n 11, Novembre 2012]

 

l report di questa undicesima edizione di ARO vuole essere un’occasione commemorativa per un uomo, il cui nome rappresenta ancora oggi un pilastro dell’industria energetica e dell’economia italiana, Enrico Mattei, un uomo del futuro. Nel 1962 l’Italia era nel pieno della sua ripresa economica, con la balena bianca che guidava statuaria il governo, dopo gli anni bui della seconda guerra mondiale. Il mondo era diviso in blocchi dalla solenne guerra fredda, il colonialismo crollava nelle sue roccaforti magrebine portandosi con se guerre e disordini ed Enrico Mattei moriva in un incidente aereo che segnò un buco nero nella storia nel nostro Paese.

Mattei è stato definito in molti modi ed il suo operato lungimirante ha acceso molti animi, facendogli guadagnare quell’alone di rispetto che a tutt’oggi vibra nelle pagine dei giornali e nella memoria di quegli industriali, politici o di quella gente che ha avuto l’onore, o forse l’onere, di incrociare il suo cammino. Enrico Mattei, infatti, non era solo un imprenditore con grandi idee ma anche un uomo che, negli anni della guerra, nonostante gli affari andassero a picco, non licenziò i suoi uomini così da evitar loro la convocazione al fronte. L’intento del nostro report non è quello né di parlare dell’uomo Enrico Mattei, né quello di ripercorrere le tappe della sua carriera, che, partendo da una famiglia umile e di provincia, lo vide farsi strada sino a divenire l’Imprenditore d’Italia. In questa sede vogliamo piuttosto sottolineare i traguardi che con le sue idee e le sue possibilità egli ha reso possibile. Faremo questo non solo pensando all’Eni, ma anche alla rivoluzionaria visione che egli ebbe del totale del settore idrocarburi. E’ il 1945, quando diventa chiaro a tutti che l’Agip dovrà essere liquidata. Mattei ne diventa Commissario Straordinario poco dopo e sarà lui che dovrà provvedere alla privatizzazione degli impianti. Contrario alla rinuncia al progetto di un’energia statale, Mattei crea dal basso, ovvero dall’azienda e dalle persone, il sogno rinnovato di garantire al Paese un’impresa energetica nazionale, che sia in grado di soddisfare i bisogni delle famiglie e dello sviluppo della piccola e media impresa a prezzi più bassi rispetto a quelli degli oligopoli internazionali. Grazie alla sua lungimiranza e al suo carisma, nel 1953 dall’Agip, nacque l’Eni, il cui nome è ancora oggi legato a quello di Mattei stesso. Ma non sono solo queste le vittorie di Mattei, egli ha bensì raggiunto traguardi ben più grandi. L’imprenditore cristiano, chiamato così, per la sua militanza nella DC, si è guadagnato, difatti, l’enorme merito di aver fatto rinascere il settore degli idrocarburi in Italia in un’epoca ed in un paese in cui su quel dato settore c’era ben poco da scommettere.

Scoprendo fondamentali giacimenti nel sottosuolo nazionale e guardando lontano, come un’equilibrista che cammina sul sottile filo sopra gli spettatori col naso all’insù, Mattei si è fatto strada nel groviglio di interessi che regolano la politica italiana e chi la dirige, strutturando alleanze importanti, utili alla realizzazione della sua visione. Egli sperava in un’Italia autonoma, autosufficiente e libera dal giogo delle potenze straniere produttrici di quelle risorse di cui tanto è ricco anche il nostro paese. E fu così che con Mattei vicepresidente, l’Eni stipulò contratti con i paesi produttori di petrolio e gas, tra cui la Tunisia, l’Iran, la Somalia, l’Egitto, l’Algeria ed il Marocco, nell’ottica di stabilire un solidale equilibrio e una salda collaborazione nello studio, nell’esplorazione e nel reciproco sollievo economico. Il carattere innovativo non risiedeva solo nel credere vivamente in un’indipendenza energetica dell’Italia, ma anche nella riscoperta dei paesi del Terzo Mondo come benzina nella macchina dello sviluppo Italiano. Allo stesso tempo, però, Mattei era diventato un personaggio scomodo, una spina nel fianco in un settore che non accettava che si facessero abili giochi a minare i già precari equilibri che lo regolavano. Egli non si rende conto che sta oltrepassando il terreno petrolifero, ritrovandosi così sul ben più scivoloso contesto geopolitico. Fu così che nel 1962 Mattei muore in un incidente aereo, sulla cui accidentalità ancora oggi si dubita. Ciò che ne rimane è la memoria di un uomo sì “difficile”, ma che ha saputo riconoscere le grandi potenzialità di cui il nostro Paese era ed è portatore. Mattei ha contribuito alla nascita di una delle principali, forse la più importante, tra le aziende italiane. L’ENI, infatti, non solo contribuisce all’economia italiana, ma ne proietta anche il ruolo strategico e politico nel mondo. Viene da chiedersi: se Mattei fosse nato oggi, dove spesso prevale la cultura del vincolo rispetto a quella dello sviluppo, sarebbe riuscito nel suo progetto?

Analisi: Il Gruppo Rosetti Marino: un’eccellenza italiana nel settore idrocarburi con risultati d’altri tempi. Numero occupati: +8%

[tratto da A|R|O n.10, ottobre 2012]

ra gli argomenti affrontati nelle passate settimane, quello riguardante la fase di esplorazione, è sicuramente quello che merita un piccolo approfondimento. Ciò a cui miriamo, non è una nuova lezione ma, semplicemente, il tentativo di mostrare quanto di buono può emergere dallo sfruttamento ragionato e regolarizzato di una forte energetica come quella petrolifera. Spesso, su queste colonne, abbiamo fatto riferimento ai vantaggi diretti che può portare lo sfruttamento di pozzi petroliferi, come ad esempio quelli che si ipotizza essere presenti in Puglia: un minor costo energetico per una bolletta meno salata, un aumento occupazionale nell’area interessata, un aumento delle entrate fiscali. In questo numero, invece, intendiamo far conoscere ciò che, in un certo modo, è considerabile come il dietro le quinte di un’operazione petrolifera. Ci riferiamo in particolare a tutte quelle aziende che lavorano nella produzione della strumentazione necessaria alla all’esplorazione e all’estrazione di idrocarburi. In questa nostra ricerca abbiamo scoperto che nell’ambito petrolifero esiste una eccellenza: è il caso della italianissima Rosetti Marino di Ravenna, azienda attualmente operante nel settore Oil&Gas, Chimico, Petrolchimico e Navale.

Nata nel lontano 1920 a Ravenna, da Marino Rosetti, come azienda adibita alla lavorazione dell’acciaio per il mercato locale, la Rosetti Marino si è poi espansa all’inizio degli anni ’50 nel settore navale e negli anni ’70 nel settore petrolifero. Nel 1992, la Rosetti

Marino acquista la Fores Engineering società che opera principalmente come costruttore ed integratore di sistemi per il controllo di processo e di sicurezza degli impianti petroliferi. Nel 1993 è il momento della fusione con la Basis Engineering, la quale fornisce servizi di progettazione di impianti a terra e a mare per il settore petrolifero. Da quel momento Fores e Basis sono diventate la spina dorsale del gruppo Rosetti, fornendo in termini di competenze e capacità di sviluppo progetti sempre più complessi, permettendo alla società di Ravenna di diventare fornitrice di servizi di ingegneria multidisciplinare. Oggi, un terzo del fatturato aziendale proviene dalle attività navali e il restante dagli impianti per la generazione di energia elettrica, dall’impiantistica e dalla costruzione di piattaforme.

Un’azienda che non guarda solo al presente, bensì al futuro. Pensiamo, ad esempio, a come l’azienda ormai da anni collabori con le principali università italiane per offrire a laureandi e giovani laureti l’opportunità di sperimentare concretamente in azienda l’indirizzo professionale intrapreso e soprattutto alla recente partnership con il Polo Universitario di Ravenna per la creazione di un apposito corso di Laurea, chiamato “Ingegneria dell’impiantistica oil and gas” il cui scopo è quello di creare figure professionali al passo con i tempi e con le sfide del mondo attuale.

Le strade intraprese hanno permesso una crescita impressionante, facendo diventare quella che prima era una semplice azienda locale, oggi in un periodo di crisi, un’azienda di carattere mondiale in grado di ottenere commesse in ogni angolo del pianeta. E’ proprio grazie alle esperienze acquisite all’estero, nel settore dell’oil and gas e dell’offshore, che la Rosetti

Marino oggi può definirsi un’azienda globale. Ci riferiamo in particolar modo ai contatti commerciali che la Rosetti Marino sta intrattenendo con Algeria, Libia, Croazia, Egitto e Mozambico. Contatti che si aggiungono a quelli particolarmente consistenti realizzati negli scorsi anni in Kazachistan, dove si gioca la partita dei rifornimenti energetici per i prossimi vent’anni e dove l’azienda è presente addirittura con una sede operativa. La Rosetti Marino vi sta realizzando i sistemi per la generazione elettrica e la separazione dell’olio dal gas, sostegni per le conduzioni, impianti di convogliamento e trattamento del greggio estratto non solo. E’ in cantiere anche un grande albergo galleggiante destinato a ospitare 200 persone. Il gruppo di Ravenna ha investito 25 milioni nel nuovo centro di produzione in Kazakistan. A conclusione vi riportiamo dei numeri come l’azienda sia ormai proiettata verso un futuro roseo e solido. A settembre 2012 è stato presentato il bilancio semestrale che ha sancito un aumento dell’attività produttiva per 183 milioni di euro nel primo semestre del 2012, un aumento del volume di affari nel settore e gas pari al 75%. Sempre nel bilancio, merita particolare nota il dato relativo al numero dei dipendenti che è salito a 778 al 30 giugno 2012 (+ 52 unità rispetto allo stesso periodo dello scorso anno). Tali numeri, anche se piccoli, dimostrano che è possibile trovare una via d’uscita a questa crisi. Negli anni passati l’hi-tech italiano è diventato famoso per la moda, il design e le piastrelle. Il made in Italy 2.0, oggi in grado di reggere la concorrenza, dovrebbe strizzare l’occhio anche al settore energetico, guardandolo con più serenità e fiducia.

By Parsifal7

Report: La denuncia della Ceam contro l’estrazioni di idrocarburi in Abruzzo e Molise. Motivazioni e riposta di Confindustria Chieti.

[tratto da A|R|O n 10, ottobre 2012]

Nel Report di questa settimana, andremo ad esaminare una delle recenti polemiche che ha visto come protagonisti la regione Abruzzo ed i suoi progetti di sfruttamento energetico del territorio. Ma vediamo nello specifico di cosa tratta. Pochi giorni fa, durante la VII giornata nazionale per la salvaguardia del Creato, la Ceam (Conferenza episcopale abruzzese- molisana) ha diffuso un nuovo documento di denuncia delle iniziative dirette ad estrarre idrocarburi e gas nelle regioni dell’Abruzzo e del Molise, in quanto zone ad alta vocazione agricola e turistica. Secondo il parere della Ceam, il settore della produzione energetica non sarebbe sufficiente “a sanare le ferite della disoccupazione e della recessione”, bensì accrescerebbe il senso di abbandono e frustrazione dei cittadini nei confronti di chi esercita poteri decisionali. Lo sfruttamento energetico sarebbe il primo responsabile di gravi rischi ambientali, socio-economici e umani in un territorio, proseguono i vescovi, in cui verrebbe meno la “tutela della vita e la custodia del creato”. Le accuse mosse dalla Ceam sono sì chiare, dirette e ben formulate, ma non riportano nulla di nuovo. Anzi. Rientrano in quella cerchia di polemiche che, esprimendosi sulla questione energetica, non fanno altro che stigmatizzare un settore sulla base soprattutto di preconcetti. Il numero uno di Confindustria Chieti, Paolo Primavera, ha espresso il proprio rammarico nei confronti della posizione assunta, sottolineando che da un’istituzione ci si attenda “valutazioni approfondite e documentate”, basate quindi su elementi concreti. Egli ha sostenuto che se si vuole parlare di “aggressione del territorio”, allora “non è corretto farlo criminalizzando un intero settore e chiudendo gli occhi su altre realtà”, facendo in questo caso riferimento ad alcuni trattamenti chimici impiegati in agricoltura, ma non per questo condannando l’intero settore agricolo. Come egli stesso ricorda, la produzione di energia è un’attività “lecita, legittima e necessaria”, nonché ben regolata da norme severe, e nega la presenza di “segni distruttivi ” in Abruzzo, dove l’industria petrolifera opera da più di 75 anni. Ciò non toglie, però, che la regione Abruzzo si impegni con convinzione anche in progetti di crescita sostenibile, come testimoniano il grande parco fotovoltaico della cittadina di Lanciano, in provincia di Chieti, o ancora la ciclovia regionale c.d. Via Verde della Costa dei Trabocchi. Questo, comunque nella consapevolezza che il petrolio non possa essere sostituito nel breve o medio periodo da energie alternative. Confindustria è convinta che il territorio abruzzese debba essere tutelato e promosso, ma può e deve poter contemperare l’impiego di tutte le sue potenzialità economiche. A conclusione vogliamo riportare brevemente un tratto della nota di Primavera in risposta al documento Ceam. Parole che mettono in luce la strumentalizzazione a cui il settore petrolifero è soggetto, un bersaglio facile per chi intende cavalcare polemiche in modo superficiale. “L’ambiente, la sicurezza, la qualità della vita sono patrimonio di tutti e non solo di pochi eletti. Tutti i settori produttivi hanno la stessa dignità, e meritano rispetto, attenzione, e diritto di essere riconosciuti protagonisti della ripresa, contribuendovi con le proprie capacità e le proprie risorse. O le imprese e i lavoratori del settore energetico, già colpiti dalla crisi generale, dopo l’anatema devono attendersi anche la scomunica?”

In Abruzzo l’industria petrolifera opera da più di 75 anni.

Analisi: la Best Practice nel settore degli idrocarburi. L’importanza delle linee guida volontarie.

[tratto da A|R|O n 9, ottobre 2012]

Nel numero di ARO di questa settimana vogliamo affrontare un concetto che, concilia il problema della salvaguardia ambientale con la necessità di portare avanti lo sviluppo e il progresso, nelle sue vesti tecniche, scientifiche ed energetiche. Parleremo del concetto di Best Practice, un termine sicuramente noto a tutti i lettori che si occupano o si interessano di industria, di energia, economia o ambiente. Nella sua accezione più generale, e come il nome suggerisce, per Best Practice, si intende l’impiego de “la migliore procedura”, perché la produttività di un settore o di un impianto raggiunga ottimi risultati aumentando nel contempo i livelli di sicurezza sociale e ambientale. Si

Si può parlare di sfruttamento di mano

d’opera, di medicina, di ingegneria informatica e meccanica e dei rispettivi effetti collaterali riconducibili allo sviluppo, ovvero nati in conseguenza dell’aumento, appunto, del livello di produttività. Ma non solo, la Best Practice, teorizzata da F. Taylor ne L’Organizzazione Scientifica del Lavoro, 1911, è riconosciuta quando con il minimo sforzo – ad esempio con una minima spesa di capitale – si raggiungono i risultati ottimali. Si tratta, in poche parole, di aumentare l’efficienza del sistema produttivo. Nel caso di nostro interesse

la Best Practice è intesa come il modo migliore per raggiungere livelli ottimali

di produttività senza che questa ricada o interessi negativamente l’ambiente circostante. In relazione all’industria petrolifera e le leggi ambientali, la Best Practice ha una connotazione “anarchica”, in quanto non è regolata da nessuna legge mandataria a livello internazionale, bensì da semplici linee guida più volte riproposte ai principali Forum mondiali. Queste hanno la funzione di fornire indicazioni specifiche per l’adozione di misure orientate al raggiungimento della Best Practice e, se adeguatamente seguite, sono in grado di annullare l’impatto negativo che potrebbe conseguire da uno sfruttamento del sottosuolo indiscriminato. Uno studio che l’Università di Adelaide, in Australia, ha svolto sull’argomento, mostra come paesi che, pur essendo ricchi di petrolio e con economie in via di sviluppo, mantengano indici di povertà della popolazione spaventosi e debiti interni fra i più alti al mondo. La scarsità di regole ben definite e soprattutto il basso indice di democraticità di questi paesi è un binomio che troppo spesso provoca monopoli di compagnie petrolifere e rischiano di fomentare la sfiducia nell’industria degli idrocarburi. Tutto questo va a discapito di un settore fondamentale per la produzione di energia che, ha ancora molto da offrire. Fortunatamente, nei paesi più industrializzati esistono delle pratiche operative internazionalmente accettate il cui scopo è quello di evitare che ciò accada. Tali pratiche, riassunte grazie ad organizzazioni internazionali governative e non, quali l’UNEP e la IUCN, sono suddivise in tre tipologie di misure. La prima è formata da norme relative alle attrezzature e ai prodotti, si tratta di requisiti di costruzione di serbatoi sotterranei e condutture. La seconda si compone di norme relative alle pratiche ambientali e

all’attuazione di pratiche raccomandate, come lo smaltimento dei rifiuti. Infine, la terza riguarda una serie di misure volte a migliorare le prestazioni ambientali nonché l’adozione di procedure di gestione ambientale e sistemi produttivi sostenibili da parte delle aziende. Uno dei Paesi produttore di petrolio che meglio riassume in sé tutte queste componenti, è la Norvegia. La Norvegia è il terzo più grande esportatore di petrolio al mondo e il settore degli idrocarburi rappresenta la prima fonte di sostentamento del Paese. Nel 2001, è stata conclusa una partnership, la c.d. OG21, tra il governo, le industrie produttrici di gas e petrolio, le compagnie fornitrici di servizi, istituti di ricerca ed ambiente accademico, con l’intento di massimizzare i vantaggi che la società può trarre dalle attività legate al settore dei combustibili fossili. Per poter sfruttare le risorse presenti in territori piuttosto sensibili, come i fondali marini o l’Artico stesso, la Norvegia si sta impegnando ad investire in efficienti e complesse infrastrutture tecnologiche, grazie anche e soprattutto alla collaborazione con gli istituti, che garantiscono alle compagnie l’accesso ai dati necessari a coordinare le proprie operazioni. Insieme, i diversi soggetti membri dell’OG21 hanno potuto rendere possibile una partnership volta alla Best Practice che unisce diversi elementi, quali: la produttività, la massimizzazione dei vantaggi che ne derivano e la cura dei suoi meccanismi o ancora l’attenzione alle possibili conseguenze e ripercussioni sociali ed ambientali. L’esperienza norvegese rappresenta, secondo noi, l’esempio che una convivenza tra sfruttamento petrolifero, ambiente e tecnologia richiede sì molti sforzi, ma non è impossibile.

By Parsifal7

Report: Tecnologia e Ambiente: due mondi opposti che devono imparare a coesistere e a trarre mutuo vantaggio.

[tratto da A|R|O n 9, Ottobre 2012]

La relazione tra tecnologia, ambiente e sviluppo può spesso portare a posizioni fortemente polarizzate, solo apparentemente non conciliabili tra loro e diametralmente opposte. Si tratta di una dinamica molto frequente in Italia. Come abbiamo già avuto modo di menzionare nelle edizioni precedenti di ARO, l’effetto NIMBY (not in my back yard), la disinformazione, il pregiudizio e l’arroccarsi dietro posizioni puramente ideologiche, possono portare a situazioni di stallo, soprattutto in un settore chiave come quello dell’energia strettamente connesso non solo all’ambiente, ma anche allo sviluppo e alla competittività.

Illuminanti sono le parole del Vice presidente nazionale dei Circoli dell’Ambiente, Matteo Dozio, che presso la Sala della Mercede della Camera dei Deputati (22 marzo) ha affermato: “Ambientalismo e scienza non possono più viaggiare parallelamente o addirittura entrare in contrasto. È necessario dar vita ad un nuovo corso in cui l’Ambiente non venga più sfruttato come merce di scambio o strumentalizzato per ottenere posti di potere. L’Ambientalismo deve smettere i panni dell’ideologia e indossare quelli dell’ideale: solo così potrà umilmente rivolgersi alla scienza per risolvere quei problemi che fino a oggi ha paradossalmente creato […] Noi non siamo per il “Si” a tutto, ma neanche per il “No” a prescindere. Siamo semplicemente favorevoli al dialogo, alla valutazione, alla ricerca. Vogliamo essere gli Ambientalisti del “Discutiamone!”, vogliamo confrontarci con tutti i portatori d’interessi, vogliamo che ogni problema venga affrontato con rigore scientifico e responsabilità”. Quest’approccio così pacato, aperto al dialogo, pragmatico e positivistico, contrasta irrimediabilmente con le correnti ambientaliste più estremiste, quelle del “no a priori” e del “non toccare mai”, quelle dove il pregiudizio prevale sulla analisi oggettiva dei fatti. Rigore scientifico e responsabilità: questi sono i due processi cognitivi con cui, secondo Dozio, andrebbero affrontati i problemi. È proprio la scienza che si avvale della sospensione del giudizio, ossia astenersi da un determinato giudizio o valutazione, qualora non siano disponibili sufficienti elementi per formulare il giudizio stesso. La nozione opposta è quella di pregiudizio, ossia un giudizio formulato in assenza di ragioni oggettive al quale tuttavia viene accordata la piena convinzione di validità. Quante volte si è assistito a dibattiti, conversazioni dove una delle parti, o entrambe, si arroccano dietro alla propria posizione, senza conoscere veramente un determinato argomento e difendono la propria idea, giusta o sbagliata che sia, solo per partito preso o per “paura” di dover cambiare la propria opinione, cosa che ci obbligherebbe, di conseguenza, a modificare la propria forma mentis? Il mondo intorno a noi cambia, la realtà cambia, la scienza con le sue relative scoperte si sviluppa e alimenta il progresso tecnologico. Se non vogliamo fare come Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento, dobbiamo essere in grado di cambiare anche noi il nostro modo di pensare e non aver paura di modificare le nostre opinioni in base alla nuova situazione in cui ci troviamo. Una volta venne contestato all’economista John Maynard Keynes di aver cambiato parere sulla politica monetaria durante la Grande Depressione e lui rispose: “Quando i fatti cambiano, io cambio la mia opinione. E lei, signore, cosa fa?”. Se l’ambientalismo non vuole essere vittima di se stesso e se, come afferma Dozio, vuole risolvere quei problemi che fino a oggi ha paradossalmente creato, forse è meglio che quei due mondi così apparentemente distanti, dialoghino per il bene comune superando le barriere ideologiche e i fondamentalismi di ogni genere. Bisogna lasciare che, quel sano e costruttivo ambientalismo che in passato e ancora oggi contribuisce con le sue proposte a stimolare il miglioramento tecnologico per ridurre l’impatto ambientale, prevalga su posizioni estremiste.